UNA Racconta

04 Novembre, 2020
Approfittando del momento storico e dell’uso improprio che in questi mesi si è fatto della parola Smart Working, mi piace fare una riflessione su quest’anno passato in associazione: un pensiero dedicato agli obiettivi che mi ero prefissato da consigliere e delegato alla comunicazione, tra cui quello di provare a rendere l’associazione un po’ più smart.

Alcune cose che ho imparato sono sulla carta banalissime, ma poi applicarle è veramente difficile.

Un’associazione non è come un’azienda.
Molte sono le figure con cui confrontarsi e si tratta di persone che nelle proprie aziende sono decisori: questo significa che un’idea, prima di diventare concreta, passa attraverso molte teste e molti modi di pensare; ad ogni passaggio l’idea muta e rischia di affievolirsi, di smorzarsi.

Questo aspetto, per chi è abituato a prendere decisioni veloci e vederle applicate altrettanto velocemente, è uno shock; l’impressione è quella di essere Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento.

Ma poi si impara, o si prova ad imparare: si impara l’arte del compromesso, del provare ad aggirare i problemi e non a buttarli giù di forza; ci vuole più tempo certo, è necessario sempre contare fino a 10 prima di dire quello che si pensa… ma poi si impara.

Il punto è questo: è un bene oppure un male per un’associazione che dovrebbe essere più smart ed essere più vicina agli associati?

È un bene nella misura in cui l’associazione si evolve, pian piano ma si evolve.

E allora, per raggiungere l’obiettivo di avere una associazione più smart, ecco alcuni spunti che cerco di ricordarmi quando approccio al lavoro in associazione: mantieniti aperto al cambiamento, non trattenerti se vuoi oltrepassare le barriere, convinci le persone che ti stanno attorno che l’unico modo per ottenere risultati migliori è non fare mai quello che si è sempre fatto.